La piazza esulta, Michel Aoun è il 13° Presidente del Libano.

Cortei di macchine ingolfano il traffico a Beirut, Tiro, Jounieh e Byblos. C’è voglia di festeggiare, di partecipare, di respirare.

Un’incertezza durata 29 mesi: più di 2 anni e mezzo senza che l’assemblea Nazionale libanese riuscisse a proporre al paese un candidato unilaterale capace di sorpassare un impasse stritolante. Le sempre vive frizioni tra le fazioni hanno perpetuato questa situazione di stallo. Da una parte il blocco filo siriano, capeggiato da Hezbollah, dall’altra l’alleanza del 14 marzo, vicina all’Arabia Saudita e all’Occidente.

Compromessi e patti, l’ex generale 81enne è giunto alla nomina grazie al suo modo istrionico di porsi di fronte ai poli opposti. Il personaggio di Aoun risveglia nei libanesi l’idea di uomo forte, capace di fronteggiare le sfide che il Paese si trova dinanzi. C’è la questione profughi siriani, giunti ormai a contare un milione e mezzo, c’è la guerra civile siriana, in cui Hezbollah è attiva militarmente, c’è un Paese bloccato da una burocrazia e una politica spesso accusata di essere corrotta e incapace di rispondere alle esigenze dei cittadini.

Michel Aoun è una figura controversa: esiliato per 26 anni dal Libano per il suo contrasto alla dominazione siriana nel paese, torna nel 2005 e si avvicina a Hezbollah, partito sciita da sempre alleato della politica di Assad. Ed è proprio con il “Partito di Dio” che Aoun getta le basi per una possibile Presidenza della Repubblica, ma l’alleanza con Nasrallah non basta, l’ex Generale ha bisogno di trovare sostenitori nella maggioranza per chiudere il voto in modo positivo. L’appoggio insperato arriva da Saad Hariri, figlio di Rafik Hariri, e leader sunnita del Movimento Futuro, maggior partito della coalizione del 14 marzo.

Accordi e compromessi sottobanco, secondo gli analisti Michel Aoun ha spianato con un voto di scambio la strada ad Hariri verso la nomina a Primo Ministro, già detenuta dal 2009 al 2011. Nomina che frutta poteri ancora più ampi rispetto a quelli del Presidente della Repubblica. Ma come conciliare interessi e posizioni così lontane?

Il quadro macro ci mostra un aspro contrasto tra i due principali sponsor della politica libanese. Arabia Saudita e Iran continuano la loro guerra fredda nel predominio del Medio Oriente. Le possibili spiegazioni di questo avallo di Ryad all’accordo tra Hariri e Aoun, potrebbero essere due: da una parte la volontà dei colossi Mediorientali di sventare un eventuale contagio della guerra civile siriana in territorio libanese, creando un clima più disteso e di dialogo; dall’altra la possibile decisione dell’Arabia Saudita di concentrare i suoi interessi politici nel Golfo Persico.

E così in un clima disteso e gioioso, tutti i partecipanti al gioco festeggiano, nessuno perde.

Hezbollah vince perché è riuscita a far eleggere il proprio candidato; Amal perché si è dimostrata coerente con la propria politica; Aoun perché conclude la fase d’incertezza e si pone come uomo del destino; e Hariri perché concretizza la sua nomina a Primo Ministro.

Tutti i partecipanti vincono tranne uno, il Libano. Il Libano delle strade e delle piazze, delle sedi istituzionali e delle camionette dell’esercito, dei venditori ambulanti e degli autisti di autobus. Patti firmati e fragili compromessi, il Libano continua la sua vecchia/nuova politica senza nessun reale cambiamento, ma con una rete di accordi sempre più difficili da rispettare. Gli spettri del passato aleggiano ancora sul paese.

@LemmiDavide


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