La squadra del presidente eletto Donald Trump prende forma. E conferma i forti legami del suo entourage con il Cremlino. Ma è anche qualcos’altro a fare capolino a Washington e che ricorda il “metodo russo”.


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Quando, qualche giorno fa, la Cia ha detto di avere le prove che sono stati gli hacker russi a dare a WikiLeaks le email rubate a Hillary Clinton, Trump ha subito ribattuto nel merito: «Non ci credo», ha detto a Fox News. E lo ha anche ripetuto al Time.

Riflettiamo. I servizi segreti americani stilano un rapporto dopo oltre un mese di indagini informatiche, sollecitate dal presidente Obama, che puntano il dito contro hacker russi legati al Cremlino e lui non ci crede. Trump, il presidente eletto degli Stati uniti, non crede ai propri servizi segreti. E questo, secondo lui, basta a smontare un rapporto di indagine.

Ed eccolo il “metodo russo” innestato alla Casa bianca. Negare ogni evidenza, rispondere a suon di complotti alle commissioni, agli esperti, agli investigatori, agli organismi indipendenti, ai giornalisti. Niente di diverso da quello che fa la Russia sullo scandalo doping, sui bombardamenti in Siria, sulle truppe regolari in Ucraina, sull’abbattimento del volo Malaysia MH17, giusto per fare qualche esempio.

Tutti i “russi” di Trump

È forse questo l’aspetto da tenere più d’occhio. Non è chiaro se più sintomo o causa di un presidente eletto con il debole per la Russia e di un entourage accomunato dalla stessa passione.

Di Trump e della sua simpatia (caldamente ricambiata) per Putin si è detto più volte. Secondo il sito McClatchy, Putin è il leader straniero con cui Trump ha avuto più contatti di nessun altro, in assoluto.

Una simpatia evidente sin dai tempi della campagna elettorale e che ora si sta riverberando nella formazione della squadra presidenziale.

A cominciare dal suo ex spin doctor, Paul Manafort, un uomo che può vantare nel suo portfolio clienti il dittatore congolese Mobutu Sese Seko, quello delle Filippine, Ferdinand Marcos, e l’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich.  Dimessosi dall’incarico per le accuse di aver preso soldi in nero dall’allora presidente ucraino, quando Manafort lavorava per far restare l’Ucraina nell’orbita di Mosca, è tornato sulle pagine dei giornali americani nei giorni della transizione tra le due amministrazioni. Secondo la Cnn è lui il regista della nuova squadra di governo; lui nega e dice di limitarsi a osservare.

I siloviki americani

La squadra, intanto, si avvale già di Michael Flynn, nominato consigliere del presidente per la sicurezza nazionale. Già consigliere ombra per gli affari internazionali durante la campagna elettorale, Flynn è un generale in pensione ed ex capo dell’intelligence militare dal 2012 al 2014 che fa da tempo della collaborazione con la Russia il suo mantra. Frequenta il canale di Stato russo in lingua inglese RT e, dopo aver dato le dimissioni dai servizi segreti un anno prima della fine del suo incarico senza spiegazioni, è stato fotografato a Mosca allo stesso tavolo di Putin durante il banchetto per festeggiare i 10 anni di RT.

Con il suo ruolo, Flynn avrà un’enorme influenza sul Pentagono, sulla Cia e sul Dipartimento di Stato. I tre gangli vitali della sicurezza Usa.

E poi c’è l’ultimo arrivato: Rex Tillerson, petroliere, socio di Rosneft attraverso la Exxon di cui è amministratore delegato, insignito nel 2013 dell’Ordine dell’amicizia da Putin stesso we scelto per la carica di Segretario di Stato. Tillerson, che si è più volte espresso contro le sanzioni alla Russia, sarebbe il vero anello di congiunzione tra gli interessi economici americani e quelli russi.

Il miglior commento alla squadra di Trump lo ha fatto proprio da mosca il suo consigliere per la politica estera durante la campagna elettorale, Carter Page. «Questo è un dream team per le relazioni Usa-Russia. Questi uomini di governo sono degli autentici siloviki americani”. Quello che ci voleva.

@daniloeliatweet

 

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