Idlib, Syria A member of al Qaeda's Nusra Front carries his weapon as he stands in an olive tree field. REUTERS/Khalil Ashawi

Gli estremisti islamici non sono razzisti solo con chi è diverso da loro, ma anche con chi combatte la loro stessa guerra nel fronte sbagliato. I militanti di al Qaeda, ad esempio, sarebbero “ebrei del jihad” secondo Abu Maysarahash-Shami, esponente carismatico di Daesh, o Stato Islamico. La sua definizione antisemita è stata prima diffusa in arabo e poi in inglese, attraverso l’applicazione Telegram.


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Ma nessuno, ormai, si stupisce più di tanto: tra le due organizzazioni jihadiste, infatti, c’è un’aspra competizione che da tempo si è trasformata in vera e propria guerra. Il teatro dove lo scontro è più palese è la Siria, dove le brigate al Nusra, affiliate ad al Qaeda, combattono apertamente contro l’Isis, anche se entrambe proclamano di voler rovesciare il regime di Bashar al Assad. La loro è una lotta per il dominio dell’universo fondamentalista, combattuta a colpi di propaganda. Lo Stato Islamico si fregia di combattere per uno scopo più “globale” – quello di allargarsi a tutte le terre islamiche – mentre le Brigate al Nusra avrebbero un orientamento più “nazionale”. Lottano, cioè, a fianco degli altri movimenti di opposizione al governo e concentrano tutti i loro sforzi in Siria. Al Qaeda è sempre stata così, organizzata come un perfetto franchising: ogni sua affiliata regionale si preoccupa di combattere gli infedeli nella sua area. Isis invece è centralizzata, e anche se raccoglie l’adesione di gruppi jihadisti di mezzo mondo, è da Raqqa che provengono le decisioni importanti. Due metodi diversi, come anche l’ideologo Shami mette in evidenza: «Gli ebrei del jihad si infiltrano nel Califfato per distorcerne la metodologia», accusa. Gli fanno eco gli account che fanno propaganda on line per conto di Isis: i militanti di al Qaeda vengono descritti come apostati, infedeli e tiranni.

Fino a qualche mese fa la strategia dello Stato Islamico sembrava vincente: la sua fama superava ormai di gran lunga quella dell’organizzazione di al Zawahiri, grazie soprattutto ai successi sul campo. Ma dalla seconda metà del 2015 al Qaeda ha ripreso a farsi sentire, e l’ha fatto attraverso le sue articolazioni regionali. Anche perché un vero e proprio centro di comando sembra non esistere più: anche in Afghanistan, culla dei Talebani e di Bin Laden, gli affiliati alla rete si fanno ormai chiamare Aqis – al Qaeda nel sub continente indiano. Un nome nuovo per un’organizzazione vecchia, ma che non muore mai. Anzi. Negli ultimi mesi Aqis si è resa protagonista di una recrudescenza di attentati in Afghanistan, dove gli americani hanno individuato a ottobre due nuovi campi di addestramento di dimensioni enormi. I più ottimisti, tra gli agenti dell’intelligence Usa, parlano di un aumento delle reclute dovuto all’espulsione di terroristi dal Pakistan, ma i funzionari della sicurezza afgana sostengono che il vero pericolo provenga dalle migliaia di foreign fighter che arrivano dall’Asia centrale.

Molti di loro, però, attraverserebbero il confine per raggiungere i gruppi affiliati a Isis, perché attratti dal successo del Califfato.

Le operazioni che colpiscono di più i jihadisti stranieri, infatti, sono quelle che suscitano clamore mediatico globale. Non tanto lo stillicidio di attentati che devastano da 15 anni anonimi villaggi afgani, quindi, quanto l’attacco al Bataclan di Parigi o quello contro i turisti tedeschi a Istanbul, entrambi rivendicati dallo Stato Islamico. Per sfidare la fama del Califfato al Qaeda non può contare soltanto nelle sue basi tradizionali, Paesi già travolti dalla guerra come Yemen e Afghanistan. Deve cominciare a farsi sentire in luoghi meno scontati, come ha fatto a cavallo tra il 2015 e il 2016. La sua filiale nel Maghreb Islamico – Aqmi–  ha colpito prima Bamako, nel Mali, dove il 20 novembre ha ucciso 22 persone. Poi ha insanguinato Ouagadougou in Burkina Faso, a metà gennaio, attaccando lo Splendid Hotel e facendo 30 vittime. In entrambi i casi i terroristi – militanti del sottogruppo di Aqmi al Mourabitoun, hanno preso di mira luoghi frequentati da civili europei, dichiarando di essersi vendicati contro i “fedeli della croce” o “crociati” che devastano le terre sub sahariane.

I terroristi di al Qaeda, dunque, rivendicano la loro vocazione “nazionalista”, di alfieri patriottici che combattono per la liberazione dei popoli. Di recente hanno anche rilasciato un audio che incoraggia i musulmani a espellere gli spagnoli da Ceuta e Melilla e ad attaccare gli occupanti stranieri in Libia. “Gli italiani e i romani hanno invaso di nuovo queste terre, bisogna espellerli” ha dichiarato Abu Obeida Yusuf al-'Annabi, leader del cosiddetto "Consiglio dei dignitari" che guiderebbe Aqmi.

Ma è proprio la Libia l’unico luogo dove gli interessi di al Qaeda e di Isis sembrano coincidere. L’arrivo imminente di una nuova missione di guerra europea, finalizzata a riprendere il controllo del Paese, fa paura a tutti quei gruppi che hanno guadagnato potere in questi ultimi anni grazie al traffico di petrolio e di migranti. E secondo un documento citato da Asharq Al-Awsat - i leader delle formazioni affiliate ad Isis si sono incontrati sia con quelli di Aqmi che con personalità della Fratellanza Musulmana per unirsi in quello che definiscono Consiglio della Shura. In Maghreb dunque il terreno è pronto per una nuova guerra che verrà dipinta come scontro di civiltà, tra europei che vogliono mettere in sicurezza i loro confini e criminali che non vogliono cedere il loro potere al “nemico Crociato”.

@ceciliatosi

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