Donald Trump mentre abbraccia la bandiera degli Stati Uniti. REUTERS/Jonathan Ernst
Donald Trump mentre abbraccia la bandiera degli Stati Uniti. REUTERS/Jonathan Ernst

Ci siamo sbagliati tutti. Giornalisti, analisti, sondaggisti, operatori finanziari. La maggior parte di noi ha totalmente sbagliato a sentire cosa stava accadendo nel cuore degli Stati Uniti. La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi non è solo una sconfitta per i democratici e per un certo modo, mai urlato e mai sopra le righe, di fare politica. È la sconfitta di chi deve riportare e commentare i fatti, rendendoli accessibili al più grande pubblico possibile. Ed è la sconfitta dei mercati, che davano quasi per scontata la vittoria di Hillary Clinton, e si sono risvegliati in modo tormentato con un mondo con il quale non avevano fatto i conti.


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Doveva essere la notte del candidato democratico, della Clinton. Doveva, almeno nella nostra mente, obnubilata da mesi e mesi di chiacchiere, analisi, sondaggi. E invece è stata la notte dell’outsider. È stata la notte di quel miliardario newyorkese bizzarro, misogino, razzista e urlatore che tutti noi abbiamo deriso per i suoi metodi politici rozzi e dozzinali. Ma è evidente che ha potuto più l’urlo del palazzinaro che il sorriso tirato di Hillary, mai entrata davvero nel cuore degli americani, che l’hanno abbandonata sul più bello in moltissimi casi. Proprio su quella passerella che doveva portarla di slancio alla Casa Bianca. Su quel tappeto rosso delle grandi occasioni che doveva condurla allo scranno di Presidente di John Fitzgerald Kennedy e Barack Obama.

North Carolina, Florida, Ohio, Michigan, Wisconsin, anche la Pennsylvania. Sono questi alcuni degli Stati che dovevano essere nel pieno delle corde dell’ex segretario di Stato e invece sono finiti, nel migliore dei casi con un testa a testa, nel peggiore con una vittoria del candidato repubblicano più odiato di sempre dai suoi colleghi del Grand Old Party (GOP). E gli Stati che ha vinto, Trump, li ha vinti nel modo più semplice di tutti. E cioè andando in mezzo alla gente, a quella Rust Belt spazzata dalla crisi, a quel Middle of Nowhere preso in giro da tutti negli USA. Ha ascoltato la rabbia della gente, l’ha canalizzata e di essa ha fatto la sua forza. I sondaggi riuscivano ad arrivare nel Middle of Nowhere? Certo, ed era una larga vittoria di Trump. Ma ciò che non era previsto, dai sondaggisti e dagli analisti di cui tutti ci siamo fidati in questi 18 mesi, era che c’è un’America che si è stufata della politica dei politici di professione che non è solo quella delle Great Plains. È l’America delle periferie delle grandi città, o delle grandi aree metropolitane.

Dalla sua, la Clinton, ha fatto quello che ha potuto? No, la risposta è no. Ha fatto sue le idee di stampo socialista del suo principale avversario alle primarie democratiche, il senatore del Vermont Bernie Sanders, ma è caduta sul suo passato. Ha detto di volersi smarcare da Wall Street, al fine di renderla più vicina a Main Street, le persone che vivono paycheck-by-paycheck, ma ha fallito. Per colpa sua? In parte sì, perché il suo staff non ha saputo rendersi al di sopra di ogni sospetto. Perché lei non ha saputo rendersi al di sopra di ogni sospetto. E le rivelazioni di Wikileaks, indotte o meno dagli hacker russi per ordine di Vladimir Putin, hanno influito molto ma non sono state decisive. Ciò che è stato decisivo in questi mesi è stata la mancanza di empatia di una candidata considerata troppo fredda, troppo preparata, troppo costruita. Come diceva un vecchio esperto di politica interna al National Press Club durante la lunghissima e interminabile notte elettorale: «tutti odiano Hillary perché è la classica zia petulante a cui non si vuole mai andare a fare visita».

La pancia, il cuore. È questo ciò che ha mosso gli americani. E sui giornali troveremo analisi su analisi sul voto. Analisi che prenderanno in esame la scolarizzazione dei votanti, che evidenzieranno quanto i laureati abbiano votato per la Clinton e quanto gli analfabeti abbiano votato per Trump. Le elites si chiederanno dove hanno sbagliato, dove non sono riuscite a comunicare il loro messaggio di pace alle persone meno abbienti, a quella classe media ormai distrutta e incapace di risalire la china dopo anni di malessere e difficoltà. Ma, possiamo esserne certi, le elites non faranno autocritica. Non riusciranno a non essere travolte dalla propria boria. Con essa, tuttavia, saranno travolte dalla prossima recessione, dato
che l’economia statunitense è stata finora tenuta in piedi dalla Federal Reserve. Una Fed che, data la vittoria di Trump, sarà quasi certamente costretta a ritardare la sua normalizzazione della politica monetaria. Con tutti i rischi collegati, dalla creazione di nuove bolle sui prezzi di determinati asset alla nascita di nuovi squilibri macroeconomici. E che probabilmente cambierà il suo attuale vertice, Janet Yellen, con un governatore più congeniale a Trump.

Ora per gli Stati Uniti arriva la sfida più dura di tutte. Dopo la rabbia, evidenziata dall’esito delle elezioni, serve che ci sia la consapevolezza politica che una nuova Guerra Fredda, più pericolosa della precedente, non è quello che serve a un mondo che ha perso la bussola dopo Lehman Brothers. E non serve nemmeno una nuova lotta di classe al Paese. Serve che gli l'America ritorni a essere un esempio di democrazia per il resto del mondo. Si può dare il beneficio del dubbio a Trump, data la performance elettorale, ma ciò che ha detto e fatto negli ultimi 18 mesi non lascia presagire alcuna cosa buona all’orizzonte. Né per gli Stati Uniti né per gli equilibri globali. Qualcuno scriverà che quello che sta vivendo l’America è un incubo. È sbagliato. L’incubo non è Trump. L’incubo è aver ignorato l’esistenza di un’America che ha sofferto e continua a soffrire. E la cui rabbia verso l’establishment si è incanalata laddove poteva. Trump è il veicolo, ma il problema irrisolto, chissà ancora per quanto, è la collera degli americani.  

@FGoria

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