Una ragazza rumena, ex schiava del sesso. REUTERS/Bogdan Criste
Una ragazza rumena, ex schiava del sesso. REUTERS/Bogdan Criste

Traffico di uomini, traffico di organi, sfruttamento della prostituzione: al di là dei confini più orientali dell'Unione Europea esiste un mondo quasi sconosciuto, approfondito in modo superficiale dalla cronaca che, spesso, ci racconta storie al limite di immigrati giunti dall'ex Patto di Varsavia (e non solo) in cerca di fortuna nel nostro Paese. Fortuna alterna: per alcuni, l'Italia è stata il primo approdo per la costruzione di una nuova vita; per altri l'inizio di un tormento che li ha resi succubi di organizzazioni criminali senza scrupoli.


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Storie di drammi umani che affondano le radici nel crollo dell'Urss e nel caos che investì i paesi sotto influenza sovietica.

Nel 1991 il collasso del socialismo reale restituì ai popoli dietro cortina i diritti civili e politici; ma, insieme alla ritrovata libertà, il drastico mutamento del sistema economico e politico recò con sé investimenti e concorrenza stranieri di fronte ai quali la debole e poco tecnologica industria dell'est finì per soccombere. Le conseguenze più immediate furono la disoccupazione e il calo del potere d'acquisto; inoltre, il venire meno di quei servizi in precedenza assicurati dallo stato (scuola, sanità, edilizia popolare) altro non fece che aumentare sfiducia, preoccupazione e miseria.

Povertà che esponeva a grandi rischi: fuggire, in clandestinità, voleva dire mettersi nelle mani della criminalità organizzata, con conseguenze facilmente immaginabili. In Moldavia, ad esempio, dal 1992 (anno della nascita della Repubblica) sono circa 400 mila le donne scomparse perché rapite o, in altri casi, vendute ai trafficanti di uomini. 

Un mercato di carne umana che si reggeva (e si regge ancora) sul lassismo e sulla debolezza di istituzioni incapaci di garantire sicurezza ai propri cittadini, dalle aree più a est del Vecchio Continente ai paesi dell'Africa sub-sahariana dai quali quotidianamente partono lunghe carovane in direzione della costa nordafricana.

A spingere quel moto che i media ci presentano come inarrestabile, il desiderio di trovare un nuovo domani oltre il Mediterraneo. E, per chi sfrutta la disperazione, un business miliardario che, aggirando la legge e colpendo individui senza alcuna tutela, diversifica l'offerta: schiavi per il lavoro nero, schiavi del sesso, cavie per l'espianto clandestino di organi.

Il volume d'affari è inimmaginabile: ad esempio, da un rapporto del Global Financial Integrity si apprende che, nel 2011, organi ed esseri umani rendevano ai trafficanti rispettivamente 1,2 miliardi e 30 miliardi di dollari ogni anno; guadagni di fronte ai quali l'1,8 miliardi del Fondo fiduciario di emergenza dell'Unione europea per la lotta contro le cause profonde della migrazione irregolare in Africa proposto dall'UE (novembre 2015) appare come una pulce sul dorso di un cane. D'altronde, in Europa orientale come in Africa e in Asia, i guadagni derivanti dagli illeciti sono parte dell'economia sommersa di paesi poverissimi nei quali la criminalità fa leva su una rete che comprende anche gente comune, disposta ad eludere la legge pur di guadagnare qualche soldo, come vi abbiamo raccontato in Mosca guarda Kabul con la lente tagika in riferimento al traffico di droga afghana verso la Federazione russa.

E' da poco trascorso il I gennaio, 154° anniversario dell'Emancipation Proclamation, atto col quale il Presidente dell'Unione Abramo Lincon sancì la liberazione dei 3 milioni di schiavi africani in catene nei territori della Confederazione. Un evento epocale che mise la parola fine ad un capitolo di storia che, tutt'oggi, gli americani affrontano con difficoltà e senso di colpa per la portata di un fenomeno che trascinò, dall'Africa e attraverso l'Atlantico, dai 6 ai 10 milioni di individui fra il XVII e ilXIX Secolo. Capitolo chiuso ma libro ancora aperto: ad oggi, il numero di uomini e donne ridotte allo stato servile si aggira fra i 20 e i 35 milioni; secondo i dati dell'agenzia delle Nazioni Unite ILO (International Loabour Organization), inoltre, il lavoro forzato genera, globalmente, un indotto di circa 150 miliardi di dollari dei quali 18 nelle nazioni dell'ex Patto di Varsavia e 13 in Africa. Considerando che la manovra di bilancio varata dal Governo Renzi lo scorso ottobre è di 24,5 miliardi di euro, è possibile farsi un'idea di quanto possa rendere lo sfruttamento, spietato, della vita umana.

@marco_petrelli

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