Migranti si scaldano davanti al fuoco dentro un magazzino abbandonato. Belgrado, Serbia, REUTERS/Marko Djurica
Migranti si scaldano davanti al fuoco dentro un magazzino abbandonato. Belgrado, Serbia, REUTERS/Marko Djurica

La novità è che nel 2016 il numero dei migranti giunti in Europa è diminuito drasticamente. Stando ai dati dell’Agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR), ad oggi sono arrivate via mare poco meno di 359 mila persone.


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Nulla se paragonato ai numeri del 2015, quando gli arrivi complessivi registrati in Europa sono stati 1.015.078. Senza dubbio, il decremento del 67% nel numero degli sbarchi va attribuito all’accordo tra Bruxelles e Ankara sulla gestione dei migranti, entrato in vigore il 20 marzo scorso e costato all’Unione due tranche da 3 miliardi di euro ciascuna. Nel conto c’è poi la prostrazione politica imposta dalla Turchia, a partire dalla discussa liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi diretti nell’area Schengen – sospesa fino a febbraio 2017. Per quanto il nostro partner Recep Tayyip Erdoğan non perda occasione di minacciare l’apertura dei valichi ai migranti verso i paesi Europei, a Bruxelles il bicchiere continua ad essere mezzo pieno, tanto da celebrare il successo del deal. Magari dal pallottoliere con cui viene misurata la bontà della strategia europea è sfuggita qualche cifra. A partire da quella dei migranti morti in mare. Quasi 5 mila (mentre scriviamo sono 4.913), drammaticamente di più rispetto alle 3.771 vittime registrate nel 2015, passato alla storia come annus horribilis delle migrazioni. Si tratta di una crescita del 30,2% nel numero dei caduti, il cui peso aumenta se consideriamo la riduzione degli sbarchi. A conti fatti, nel 2016 la probabilità di morire in mare sulla via per l’Europa è aumentata del 215% circa. Questo conferma i timori avuti sin dal principio, e confermati dagli stessi migranti e dai trafficanti turchi – da noi intervistati – che per primi hanno dovuto reinventare un business miliardario, introducendo “rotte più lunghe, costose e pericolose”.

Poi viene l’accoglienza. La maglia nera spetta alla Grecia, ancora incapace di mettere ordine all’interno delle decine di campi di accoglienza distribuiti al nord, al sud e sulle isole. L’inizio dell’inverno ha esacerbato un’emergenza apparentemente insanabile malgrado le decine di miliardi di euro versati dall’Unione per consentire ad Atene di organizzare strutture adeguate. Lo scorso autunno sono stati versati gli ultimi 14 milioni per consentire a UNHCR di attuare la cosiddetta ‘winterization’, ovvero l’attuazione di misure nei campi adatte a contrastare i rigori invernali. Gran parte dei centri di accoglienza ha ricevuto scatoloni di guanti, berretti, coperte e intimo invernale, serviti più a soddisfare l’opinione pubblica che a risolvere il problema. Infatti, in diversi campi, soprattutto in Grecia settentrionale e a Moria sull’isola di Lesbo, i migranti devono ancora servirsi di docce e toilette all’aperto, praticamente prive di isolamenti adeguati o di sistemi di riscaldamento permanenti.

Le condizioni sono migliorate a Nea Kavala, campo governativo situato alle porte di Polikastro, a 20 chilometri dal confine macedone, dove gran parte delle tende allestite sulla nuda terra sono state sostituite da container coibentati. Tutt’altra musica poco più a sud, nell’hinterland di Salonicco, da dove giungono immagini drammatiche di campi come Vazilika, Kalochori e Softex, che confermano le pietose condizioni cui migliaia di migranti sono costrette a vivere, inclusi molti bambini. Gran parte di questi accampamenti governativi, finanziati dall’Europa, prevedono tutt’ora tende da allineate dentro vecchie fabbriche o edifici in disuso lasciati giorno e notte con le porte – se presenti – spalancate, facendo entrare il vento freddo di provenienza balcanica. Per sottrarsi al gelo molte persone decidono di tenere acceso il fornellino da campo anche di notte, con il rischio di incidenti così come è accaduto a fine ottobre, quando una tenda è andata a fuoco rischiando di propagare le fiamme alle altre case di tela. In alcuni casi le autorità hanno installato dispositivi di riscaldamento collettivi, inefficaci però a mitigare le infiltrazioni di aria fredda all’interno degli immobili.

Anche le organizzazioni non governative si sono date fare, ad esempio fornendo alcuni generatori per produrre calore all’interno delle tende, ma il progetto è naufragato con l’insorgere del problema del carburante. Meglio hanno fatto gli anarchici di Solidarity Movement, i quali hanno occupato nove hotel in disuso nei dintorni di Atene, trasferendo all’interno più di 1.500 migranti e alleviando in modo concreto – seppure illegale – l’emergenza freddo. Il problema nel suo insieme è comunque tuttora irrisolto. Gli accampamenti ellenici continuano a patire limiti pesanti in termini di capacità di accoglienza, di prossimità ai centri medici, di lontananza da aree inquinate, di carenza di forniture di acqua ed elettricità, e come insegnano queste giornate di freddo, sono stati dislocati sul territorio senza prevedere il cambiamento delle condizioni climatiche.

Salendo un po’ più a nord, superate un paio di frontiere si arriva in Serbia, dove finiscono a languire i migranti transitati illegalmente sulla Via dei Balcani. Le drammatiche condizioni di accoglienza di Belgrado sono testimoniate in un eloquente reportage di Deutche Welle. Attorno alla capitale funzionano decine di rifugi di emergenza, occupati in particolare da afgani e pachistani che si sono rifiutati di registrarsi all’arrivo nel Paese. Per questo non possono accedere ai campi ufficiali, dove le condizioni sono sensibilmente migliori. Temono di essere rispediti in Macedonia, quindi in Grecia e da lì in Turchia se non addirittura in patria, come previsto ad dall’accordo di rimpatrio siglato dall’UE con il governo afgano qualche settimana fa. Lo stallo in Serbia si fa giorno dopo giorno più duro anche per effetto delle basse temperature. I Paesi europei confinanti hanno chiuso le frontiere. Il confine ungherese apre a singhiozzo, concedendo l’ingresso a 20 persone al giorno, in particolare famiglie. Intanto tra le macerie usate dai ‘fantasmi’ come rifugio cresce la frustrazione.

Le misure restrittive in Serbia fomentano la rabbia, che in più occasioni trova sfogo nelle faide tra migranti. Con violenze, pestaggi e accoltellamenti, uno dei quali qualche settimana fa è costato la vita ad un giovane migrante afgano. Un altro ragazzo afgano si è impiccato per disperazione, dopo aver fallito l’ennesimo tentativo di sconfinamento illegale. Il perdurare di queste condizioni non può che favorire i trafficanti, ormai organizzati in vere e proprie corporation con distaccamenti presenti su tutto il Paese, dal confine macedone a sud, fino alla frontiera ungherese più a nord. L’offerta delle organizzazioni criminali non si limita solo al trasporto e al transito illegale verso l’Europa che conta, ma prevede pacchetti all-inclusive, con protezione, alloggi, vitto ed eventualmente documenti falsi.   

Infine ci sono le acque del Mediterraneo e i gommoni che continuano a partire dalla costa libica. Poco importano le condizioni del mare, o i venti gelidi. Il mercato è colmo di disperati pronti a rischiare tutto nella corsa verso il Canale di Sicilia. Chi è fortunato o abbastanza forte arriva sano e salvo, gli altri soccombono. È il caso di due donne morte nei giorni scorsi, divenute le prime vittime di ipotermia della stagione. A largo della Libia però si muore soprattutto per annegamento: mare mosso e barche sovraccariche sono un’equazione infallibile. C’è poi l’avvelenamento, di cui poco si parla sebbene in molti perdano la vita a causa dell’inalazione dei gas di scarico delle barche, o per gli effetti dell’immersione prolungata in una soluzione di acqua e benzina. Ciò nonostante fine anno è vicina, e con questa il momento di tirare le somme. A breve saremo inondati da bilanci, analisi e statistiche. Per quanto ci riguarda un cosa è certa, in materia di migranti il responso è chiaro, lo riassume una parola soltanto: fallimento.      

@emanuele_conf 

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