Fiori poggiati accanto a poliziotti turchi di guardia al Reina club, che ha subito un attacco da parte di un uomo armato. Istanbul, Turchia, primo gennaio 2017. REUTERS/Umit Bektas
Fiori poggiati accanto a poliziotti turchi di guardia al Reina club, che ha subito un attacco da parte di un uomo armato. Istanbul, Turchia, primo gennaio 2017. REUTERS/Umit Bektas

L'attentato della notte di Capodanno a Istanbul è una ripetizione - nella tecnica e nelle finalità - di quello perpetrato a Parigi a novembre del 2015.


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La tecnica è spietata e folle, difficilmente prevedibile e quindi intercettabile, in spregio a qualsiasi regola di convivenza, che in fondo tanti atti di terrorismo di matrice politica del passato invece tendevano a rispettare (pur nella efferatezza della lotta), dai dirottamenti aerei palestinesi (che pure coinvolgeva i civili, ma a scopo strumentale) alle Brigate Rosse in Italia o al terrorismo finalizzato a pretese territoriali, che si rivolge sempre ad obiettivi ben precisi (rappresentanti delle istituzioni, esercito), identificati (a torto o a ragione) come i protagonisti dell'oppressione subita.

La finalità è ancora più squilibrata e frutto di psicopatie collettive: distruggere le nostre abitudini, minare le nostre certezze, sfiancare la nostra capacità di condividere momenti di emozione comune.

Tutto questo è stato però già scritto e sottolineato autorevolmente.

Dove comincio a non condividere le analisi è quando i nostri opinionisti e le nostre leadership si attardano ad esaminare la confusione che sta caratterizzando gli ultimi anni di Erdogan, le ambiguità della politica estera turca in Medio Oriente (come se non avessimo finanziato anche noi Europei ed Americani gli oppositori di Assad, inclusi gli estremisti islamici!), gli eccessi del post-golpe tentato ad Ankara. Tutte analisi corrette, ma che non devono nascondere le responsabilità europee, troppo a lungo sottomesse alle isterie Sarkozyniane, che ci hanno fatto sganciare la Turchia da un virtuoso processo di annessione all'Europa, lasciandola alla deriva di un'area tumultuosa come quella delle primavere arabe.

E ora, che abbiamo l'occasione storica di rifarci, brilliamo nuovamente per miopia e tentennamenti di piccolo cabotaggio. Noi Europei, che dovremmo essere i più interessati ad una pace civile in Medio Oriente, ci limitiamo ad esprimere una timida solidarietà per i morti di Istanbul, evidenziando il retropensiero che in fondo, da noi queste cose non potranno accadere (ma sono già accadute, a Parigi, a Bruxelles, a Berlino...).

Ripetendo così l'errore già fatto in Siria, quando abbiamo consentito al folle progetto del Califfato di espandersi e fare proseliti tra i nostri giovani, accorgendoci che stavamo rischiando la nostra sopravvivenza solo quando siamo stati attaccati al cuore!

Attenzione! Istanbul è come Parigi! È il cuore dell'Europa! Costantinopoli è stata la capitale dell'Impero romano d'Oriente e prende il suo nome da un Imperatore romano! Oggi Istanbul è diventata uno dei principali nuovi poli - con Dubai - di attrazione per i nostri giovani al primo impiego, fuori dai circuiti tradizionali.

Ma per fermare questi attacchi scriteriati alla nostra civiltà, dobbiamo dimostrare non solo solidarietà alla Turchia, ma qualcosa in più. Dobbiamo ricostruire con Ankara un percorso comune, basato sulla democrazia e sul rispetto dei diritti umani, che sono il nostro baluardo comune al ritorno al Medio Evo e al trionfo del terrore.

Riprendiamo però in mano la storia: noi siamo l'Unione Europea, proponiamo un'agenda comunitaria forte e credibile, spazzando via perplessità e tentennamenti che altrimenti ci condanneranno ai margini del mondo del Terzo Millennio!

@GiuScognamiglio

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